Alla fiera del TAR: nessuno decide e si aspetta Giorgetti...

03.10.2018 15:20 di Tutto Siena Calcio  articolo letto 207 volte
Fonte: TuttoC.com
© foto di Valeria Bittarelli
Alla fiera del TAR: nessuno decide e si aspetta Giorgetti...

Alla fiera del Tar, un bel ricorso l’Entella tentò. E venne il CONI, che rimandò al TFN, che rinviò al Consiglio di Stato, che aspettò la FIGC, che s’accordò con la Lega B, che non aspettò la Lega Pro, che attese il TAR, che sperò nel TFN, che rimpallò al Governo, che aspettò Natale, e l’Entella sempre là. I passaggi non sono corretti (neanche uno, probabilmente), ma tanto a questo punto nessuno ha capito cosa stia succedendo. E soprattutto nessuno decide.

La vicenda dei ripescaggi è finita nel limbo del calcio italiano. Il caso dei liguri resta il più emblematico di tutta la vicenda: hanno già giocato in Serie C, ma dovrebbero giocare in Serie B, soltanto che la Lega competente non ha ancora ottemperato e quindi di fatto l’Entella non gioca né in un campionato né nell’altro. Usque tandem, arringava Cicerone: fino a quando? Bella domanda. 

La storia dell’Entella, dicevamo, è la più emblematica. Quantomeno perché le altre (Ternana, Catania e via discorrendo) sono apparentemente risolte. Male, ma risolte. Nel senso che il tempo ha deciso per tutti: mentre la giustizia sportiva e quella ordinaria erano impegnate a rimpallarsi la patata bollente, è arrivato ottobre e con esso la consapevolezza che si sta parlando di una stagione sportiva già iniziata da un mese e mezzo per gli altri campionati. Che all’estero un po’ tutti ci ridono dietro, e che in buona sostanza anche se nessuno ha deciso arrivati a questo punto non si possono che lasciare le cose come sono e discutere dei risarcimenti economici che con tutta la possibilità vi saranno. 

La vicenda dell’Entella, ancora, sarebbe la più chiara. Quando Lotito (per citare l’ultimo caso) ricorda che il ripescaggio non è un diritto, dice una cosa giusta. Se intesa in riferimento alle singole squadre: le varie Novara, Pro Vercelli, Siena e via discorrendo non hanno un diritto assoluto a essere ripescate. Il campionato di B, però, era previsto a 22 squadre ed è stato forzatamente ridotto a 19. In maniera accorta, perché poi la FIGC può vincere la causa appellandosi al fatto di non aver stilato delle graduatorie ufficiali: in pratica ha ragione perché non ha fatto il suo dovere. Chapeau. Dicevamo del ripescaggio: non è un diritto delle singole società, ma è una possibilità (quasi) sempre utilizzata per colmare le lacune negli organici. Nel caso dell’Entella, poi, siamo al paradosso: qui non si parla neanche di ripescaggio, ma di rispetto del risultato del campo. Il Cesena non doveva giocare il campionato di B 2017-2018. Sarebbe tanto semplice, invece siamo ancora allo stallo. Supereremo mai questa fase? 

Aspettiamo il governo, a questo punto. Ennesima figuraccia di un biennio 2017-2018 che il calcio italiano dovrebbe cercare di affogare nell’oblio. Il sottosegretario Giorgetti ha parlato di “roba da tornei estivi” con riferimento alla B a 19 squadre. Però la norma sulla riforma della giustizia sportiva (e non solo) sparisce e compare a giorni alterni dal testo del decreto sicurezza. Un po’ perché con quel pacchetto non avrebbe nulla in comune (e qui rischiamo di scadere in valutazioni politiche non confacenti a queste pagine), un po’ perché lo stesso Giorgetti sa quanto sia delicato un intervento dell’esecutivo sull’ordinamento federale. Da qui, i piedi di piombo. Si alleggeriranno?

Arrivati così in fondo, la speranza è che qualcosa succeda, perché di tutti gli esiti possibili quello attuale è il peggiore: si va avanti per indolenza e inadempimento, senza un singolo tribunale che abbia affrontato la questione di petto, superato qualche preliminare di rito (che nella giustizia sportiva hanno e dovrebbero avere un peso quanto mai limitato) e dato una risposta chiara, in un senso o nell’altro. Se intervento del governo deve essere, che intervento sia. A tutto tondo, perché i rapporti tra calcio, giustizia sportiva e politica sono troppo spesso molto poco chiari. Se poi la FIFA avrà qualcosa da ridire, tanto meglio: almeno qualcuno si renderà conto della figuraccia a cui ci ha costretti. La provocazione? Sospendere l’Italia. Che non è il Kuwait o l’Indonesia, questi sì sospesi davvero, ma è scaduta in una farsa senza precedenti. 

Di figuraccia in figuraccia, c’era da augurarsi che il 29 gennaio avesse insegnato qualcosa. Pare che non sia così: otto mesi fa le componenti della FIGC hanno fallito nel loro compito più basilare (eleggere un presidente) e si sono viste commissariate. Sugli esiti della manovra del CONI meglio stendere un velo pietoso, ma lo spauracchio di un nuovo commissariamento non basta a superare beghe da cortile. Lega Pro e LND (non solo loro, ma basterebbero loro) hanno deciso: candidato ufficiale Gabriele Gravina. Bene, benissimo: l’ho scritto già mesi fa, in questo momento è la figura più adatta e credibile per il ruolo. L’AIC s’è defilata come era chiaro sin da subito che sarebbe successo, più per i soliti personalismi che per altro. La Lega A tituba oggi più di ieri. Risultato: si rischia di avere un nuovo presidente eletto soltanto dalle componenti “di base” (C e dilettanti), magari in aperto contrasto con la lega di vertice.

Sarebbe un controsenso e un brutto messaggio. Ma almeno chiarirebbe che il pesce puzza dalla testa e non dai piedi, come a qualche disattento potrebbe anche sembrare. Il caos Serie B nasce dai problemi che vi sono in alto. La Lega di A è spaccata ormai da anni e naviga nell’indecisione. Un presidente federale eletto contro le big sarebbe un passo falso, potenzialmente foriero di scenari stile Premier League (dove le big si sono tirate fuori dalla federcalcio). Il problema è che la spaccatura non arrivi dalle componenti di base, che hanno sì intenzione di far valere il proprio peso elettorale, ma hanno sempre professato e dimostrato apertura nei confronti della Lega Serie A. Il paradosso, ancora, è che la spaccatura arriva perché dalle assemblee di via Rosellini non emerge una direzione per li calcio italiano e si finisce per litigare sul cognome, più che sul programma o sul progetto. Si finisce per non decidere, e poi lamentarsi delle decisioni prese da altre. Si finisce per aspettare che la nottata passi, convinti che adda passà. Peccato che questa nottata non pare intenzionata a passare.